Gennaio arriva ogni anno con una promessa implicita: ricominciare. Nuove abitudini, nuovi obiettivi, una versione migliore di noi stessi che dovrebbe finalmente prendere forma. Eppure, accanto all’entusiasmo iniziale, molte persone sentono anche stanchezza, frustrazione o una sottile vergogna. Gli stessi propositi dell’anno scorso, le stesse difficoltà, la sensazione di essere “di nuovo qui”.
E se il problema non fossimo noi, ma il modo in cui pensiamo al cambiamento?
La ricerca psicologica degli ultimi anni mette sempre più in discussione l’idea classica dei buoni propositi, soprattutto quando sono costruiti come atti di forza, di autocontrollo e di lotta contro se stessi. Non perché desiderare di stare meglio sia sbagliato, ma perché come cerchiamo di cambiare può fare davvero la differenza.
Il paradosso dell’autocontrollo
I buoni propositi si basano quasi sempre sull’autocontrollo: “non farò”, “resisterò”, “mi imporrò”. Sappiamo che in futuro avremo certi desideri o impulsi, e decidiamo in anticipo di combatterli, come se fossero una parte negativa di noi. Sulla carta sembra logico. Nella pratica, molto spesso non funziona.
Diversi studi mostrano un paradosso interessante: il desiderio di avere autocontrollo può ostacolare l’autocontrollo stesso. Un po’ come succede con il sonno: più ci sforziamo di addormentarci, più restiamo svegli. Quando il cambiamento viene vissuto come una battaglia interna, aumentano la tensione interna, l’autocritica e il disimpegno. Fallire non diventa solo “non ce l’ho fatta”, ma “c’è qualcosa che non va in me”.
Già nel 1931 Virginia Woolf scriveva nel suo diario che i suoi propositi per l’anno nuovo erano “non averne, non essere legata, essere libera e gentile con me stessa”. Al di là della figura storica, l’intuizione resta d’impatto: molti propositi vanno contro la libertà e la gentilezza verso di sé. Trattiamo parti di noi — desideri, bisogni, fragilità — come nemici da eliminare. E nel lungo periodo questo ha un elevato costo emotivo.
Tornare non è sempre fallire: kyklos ed epistrophé
C’è un altro modo di guardare a quel “sono di nuovo qui”.
Gli antichi Greci distinguevano tra due tipi di ritorno. Kyklos (κύκλος) indica la ripetizione cieca, il girare in tondo senza cambiamento, come la ruota del criceto che gira su se stessa. Epistrophé (ἐπιστροφή), invece, significa tornare portando con sé l’esperienza: un ritorno consapevole, trasformato dalla strada fatta.
Il punto non è se torniamo su temi già visti — lo facciamo tutti — ma con quale atteggiamento. Posso tornare allo stesso problema con la stessa rigidità, oppure con uno sguardo diverso, più consapevole, più gentile. “Essere di nuovo qui” non è automaticamente una prova di fallimento, anzi, può essere il segno che qualcosa sta maturando, anche lentamente.
Questo cambio di prospettiva è fondamentale, soprattutto all’inizio dell’anno. Non stiamo ricominciando da zero: stiamo ripartendo da ciò che abbiamo vissuto e colto, inevitabilmente, attraverso l’esperienza.
Non tutti gli obiettivi rendono più felici
Un altro aspetto centrale riguarda che tipo di obiettivi scegliamo.
Non tutti gli obiettivi sostengono il benessere. Alcuni, anzi, lo minano. Gli obiettivi estrinseci — come successo, status, riconoscimento, performance — dipendono dallo sguardo degli altri e raramente soddisfano bisogni profondi. Anche quando vengono raggiunti, l’adattamento è rapido e le aspettative si alzano, lasciando spesso un senso di vuoto o di rincorsa continua.
Gli obiettivi intrinseci, al contrario, hanno valore in sé: prendersi cura della propria salute, coltivare relazioni significative. Sono obiettivi che nutrono, indipendentemente dal giudizio esterno, e che tendono a migliorare la qualità della vita nel tempo.
C’è poi un’altra distinzione importante: tra obiettivi di evitamento e obiettivi di avvicinamento.
“Non mangiare”, “non ammalarsi”, “non sbagliare” mantengono l’attenzione su ciò che temiamo. Questo spesso aumenta ansia, senso di costrizione e consumo di energie. Al contrario, riformulare gli obiettivi come ciò che vogliamo fare di più — fare qualcosa con piacere e dedicarci a ciò che ci fa stare bene — favorisce motivazione e percezione di progresso, oltre che senso di risonanza con i nostri desideri.
Piccoli passi, flessibilità e permesso di lasciare andare
Un’altra trappola comune è quella degli obiettivi irraggiungibili. A gennaio siamo spesso ottimisti, sottovalutiamo gli ostacoli e sopravvalutiamo la nostra motivazione. Col passare del tempo, l’impatto con la vita può trasformare un obiettivo poco “abitabile” in una fonte di frustrazione e autosvalutazione.
Questo non significa rinunciare a “sognare in grande”, ma tradurre i desideri in passi realistici e adattabili. Piccoli cambiamenti, osservabili, che possano essere modulati nel tempo. E, cosa non scontata, darsi il permesso di lasciare andare un obiettivo quando non è più sostenibile. Abbandonare non è sempre fallire: a volte è un atto di cura verso noi stessi.
E soprattutto chiedersi: questo obiettivo mi avvicina a una vita più abitabile per me? Ha senso per me, per dove sono in questo momento?
Un altro modo di iniziare l’anno
Forse il nuovo anno non chiede propositi rigidi, ma una relazione diversa con noi stessi. Meno basata sulla forza e più sull’ascolto di tutte le nostre parti. Meno sulla perfezione e più sulla continuità.
Il cambiamento non è un atto eroico che avviene il 1° gennaio. È un processo fatto di ritorni, aggiustamenti, comprensioni che si sedimentano nel tempo. E se torniamo “di nuovo qui”, possiamo chiederci non cosa abbiamo sbagliato, ma che cosa sappiamo oggi che prima non sapevamo.
Forse è da lì che vale la pena ripartire.
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